Capacità giuridica e interruzione volontaria della gravidanza.

Per pura convenzione, si tratta di una scelta legislativa che non ha niente di scientifico, la capacità giuridica si acquista con la nascita, ciò attribuisce al nascituro l’attitudine ad essere titolare di diritti e doveri. I diritti che la legge attribuisce a favore del concepito sono subordinati alla nascita, così recita l’art. 1 comma 2 del codice civile. Questo non vuol dire che l’embrione non è un soggetto di diritto, anzi, è titolare di molteplici interessi personali riconosciuti dall’ordinamento – sia nazionale che sovranazionale – quali il diritto alla vita, alla salute, all’onore, all’identità personale ed altri (ad esempio il risarcimento del danno per patologie dovute a colpa medica durante la gravidanza) rispetto ai quali, però, la conditio iuris della nascita è imprescindibile per poter agire in giudizio.

La capacità giuridica si perde al momento della morte; nello stesso istante, secondo quando dispone l’art. 456 c.c., si apre la successione, cioè quella procedura che mira ad attribuire il patrimonio del de cuius agli eredi, siano essi legittimi o testamentari.

Sono capaci di succedere tutti coloro che sono nati o concepiti al tempo dell’apertura della successione (v. art. 462 c.c.).

Riepilogando, l’embrione, cioè l’essere umano che si trova nella fase iniziale del suo sviluppo, viene definito “concepito” dal codice civile, seppur, come si è già evidenziato, ogni suo diritto è subordinato all’evento nascita, cioè all’acquisto della capacità giuridica (v. art. 1 c.c.).

La legge 194 del 22 maggio 1978 (Norme per la tutela della maternità e sull’interruzione volontaria di gravidanza) attribuisce alla donna, tra l’altro, il diritto ad interrompere la gravidanza entro i primi novanta giorni di vita dell’embrione, quando accusa circostanze per le quali la prosecuzione della gravidanza, il parto o la maternità comporterebbero un serio pericolo per la sua salute fisica o psichica, in relazione o al suo stato di salute, o alle sue condizioni economiche, o sociali o familiari, o alle circostanze in cui è avvenuto il concepimento.

In Italia, nell’anno 2020, ci sono state 66420 interruzioni di gravidanza volontarie (fonte:https://www.epicentro.iss.it/ivg/epidemiologia), questo vuol dire che 66420 embrioni, titolari di diritti subordinati alla nascita, sono morti.

L’art. 687 c.c. prevede che, in caso di sopravvenienza di figli, le disposizioni a titolo universale o particolare, fatte da chi al tempo del testamento non aveva o ignorava di avere figli o discendenti sono revocate di diritto per l’esistenza o la sopravvenienza di un figlio o discendente del testatore, benché postumo, anche adottivo, ovvero per il riconoscimento di un figlio nato fuori dal matrimonio. Questo vuol dire, ad esempio, che l’interruzione di gravidanza, venendo meno l’indispensabile requisito della nascita, impedirebbe ogni revocazione testamentaria.

L’art. 715 c.c. dispone anche, relativamente alla divisione dei beni ereditari tra coeredi, che se vi è un concepito non può aver luogo la divisione prima della nascita del medesimo; anche in tal caso, se ancora non fosse chiaro, la nascita costituisce elemento essenziale per procedere alla divisione, fatta salva la morte dell’embrione.

Su quanto precede è necessario riflettere, soprattutto quando la libera scelta di abortire può essere condizionata da questioni (puramente venali) che esulano dalla ratio della legge n. 194 del 1978.