Biocidio – art. 544 bis codice penale.

E’ reato uccidere un animale? Si, lo è, indipendentemente dal fatto che sia domestico o selvatico. Perché si configuri il reato non è sufficiente la sola morte dell’animale, è necessario che la condotta sia integrata dall’elemento psicologico doloso, unito alla crudeltà o all’uccisione senza che vi sia la necessità.

La norma, art. 544 bis c.p., è inserita nel libro secondo, titolo IX bis, del codice penale, alla voce “Dei delitti contro il sentimento per gli animali”. Il legislatore, in realtà, non tutela gli animali in quanto esseri senzienti, ma la lesione dei sentimenti che l’uomo nutre per gli stessi. Si veda, ad esempio, la sentenza del Tribunale di Firenze del 03 agosto 2009, dove si legge:”(…) la norma è generica e fa esplicito riferimento alla morte, per crudeltà e senza necessità, di un animale, ed in questo senso non può essere operata una distinzione tra il sentimento che prova il proprietario di un animale domestico rispetto a quello provato dalla gente nei confronti di animali selvatici, poiché, il sentimento per gli animali, cui fa riferimento la norma in esame, va interpretato in senso oggettivo come frutto di una tradizione storica e culturale maturata nel corso degli anni in una società civile.”

Gli animali non umani, tutti gli animali non umani, vengono tutelati indirettamente dall’ordinamento in virtù del loro rapporto con gli esseri umani e del sentimento di pietas nei loro confronti. E’ assodato che gli animali non umani sono esseri senzienti, diversi dalla generica definizione di “bene” o “cosa” attribuitagli dall’ordinamento italiano, ma non solo; un “bene” è ciò che può essere oggetto di diritti (gli animali sono equiparati ai beni mobili – l’art. 638 c.p. è posto tra i delitti contro il patrimonio); la “cosa” è intesa come l’oggetto sul quale cade la condotta del reo (rif. 544 bis c.p.), cioè, ti punisco perché hai ucciso un animale non umano, recando offesa al sentimento che l’uomo prova per gli altri animali.

Gli animali, anche i non umani, hanno sentimenti, provano dolore, elaborano sensazioni ed emozioni, stringono tra loro rapporti di fiducia. Milioni di umani in tutto il mondo possono testimoniare il loro legame speciale con gli animali non umani, dal maiale alla giraffa a tantissime altre specie. Il Trattato di Lisbona (Bruxelles, 15 aprile 2008 – ratificato dall’Italia con la legge 130/2008) in vigore dal 1 dicembre 2009, definisce (art. 13) gli animali esseri senzienti. L’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Educazione, la Scienza e la Cultura ha proclamato, il 15 ottobre 1978, la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Animale, già redatta dalla Lega Internazionale dei Diritti dell’Animale, presentata a Bruxelles il 26 gennaio 1978 e sottoscritta da personalità del mondo filosofico, giuridico, scientifico; nel documento è sancito, tra l’altro, il loro diritto all’esistenza, al rispetto e il divieto per l’uomo, in quanto specie animale, ad attribuirsi il diritto di sfruttare e sterminare gli altri animali, al servizio dei quali, l’uomo, deve mettere le sue conoscenze. Ogni atto che comporta l’uccisione di  un gran numero di animali selvaggi è definito genocidio, cioè un delitto contro la specie (art. 12); anche l’inquinamento e la distruzione dell’ambiente naturale portano al genocidio (ibid).

Per la giurisprudenza di legittimità, il riferimento è agli artt. 544 ter e 727 c.p.: “(…) assumono rilievo non soltanto quei comportamenti che offendono il comune sentimento di pietà e mitezza verso gli animali per la loro manifesta crudeltà, ma anche quelle condotte che incidono sulla sensibilità psico-fisica dell’animale, procurandogli dolore e afflizione” (Sez. 7, n. 46560 del 10/7/2015), come la privazione di cibo, acqua e luce (Sez. 6, n. 17677 del 22/3/2016) o il trasporto di bovini stipati in un furgone di piccole dimensioni e privo d’aria (Sez. 5, n. 15471 del 19/1/2018; v. anche Sez. 3, n. 14374/2029, Sez. 3, n. 17691/2019, Sez. 3, n. 16755/2019).

La strada è ancora lunga per gli animali non umani, ma s’intravede qualche barlume di speranza che un giorno l’homo sapiens,  forse, rinuncerà all’autoproclamato primato sul resto degli esseri viventi.

L’art. 544 bis c.p. recita:”Chiunque, per crudeltà o senza necessità, cagiona la morte di un animale è punito con la reclusione da quattro mesi a due anni.” La competenza per materia appartiene al tribunale monocratico, non sono consentiti l’arresto e il fermo. Si procede d’ufficio ed è esclusa l’applicazione di misure cautelari.

La crudeltà s’identifica con l’inflizione all’animale di gravi sofferenze per mera brutalità, mentre, per  pacifica giurisprudenza della Corte di Cassazione, la “necessità” si riferisce ad ogni situazione che induca all’uccisione dell’animale per evitare un pericolo imminente o per impedire l’aggravamento di un danno alla persona propria o altrui o ai propri beni, quando tale danno l’agente ritenga altrimenti inevitabile (Sez. 3, n. 49672 del 26/04/2018, B, Rv. 274075; Sez. 3, n. 50329 del 29/10/2015, Vitali, Rv. 268646 – v. anche Sez. 5 Num. 8449 Anno 2020).