Maltrattamenti contro familiari e conviventi: credo religioso.

Art. 572 c.p.

Il reato è proprio e il dolo, generico, consiste nella coscienza e volontà di sottoporre la vittima a sofferenze fisiche e morali, instaurando un sistema di sopraffazioni che ne avviliscono la personalità. La norma si applica non solo ai nuclei familiari fondati sul matrimonio, ma a qualunque relazione sentimentale che, per la consuetudine dei rapporti creati, implichi l’insorgenza di vincoli affettivi e aspettative di assistenza assimilabili a quelli della famiglia o della convivenza abituale. Il richiamo alla famiglia deve essere inteso, quindi, come riferito ad ogni consorzio di persone tra le quali, per strette relazioni e consuetudini di vita, siano sorti rapporti di assistenza, solidarietà e protezione.

Il reato è abituale a condotta plurima e non richiede, a differenza del reato continuato, la sussistenza di uno specifico programma criminoso verso il quale le condotte siano finalizzate. E’ sufficiente che l’agente abbia la consapevolezza di porre in essere, persistendo, una condotta lesiva dell’interesse tutelato. L’oggetto giuridico è costituito: da un lato dall’interesse dello Stato alla salvaguardia della famiglia da condotte vessatorie, mortificanti e violente; dall’altro dalla difesa dell’incolumità fisica e psichica dei componenti del “consorzio di persone”.

E’ irrilevante il credo religioso dell’autore delle condotte, il cui elemento soggettivo è integrato a prescindere dalla circostanza che sia, nel caso di specie, di religione mussulmana (Cass. Pen., Sez. VI, sent. n. 55/2003).  L’ordinamento giuridico italiano, considerato che tra le formazioni sociali di cui all’art. 2 Cost. rientra anche la famiglia – richiamato anche il principio di uguaglianza e pari dignità sociale ex art. 3, commi 1 e 2 Cost. – pone uno sbarramento insuperabile contro l’introduzione nella società civile – di diritto o di fatto – di consuetudini, prassi o costumi che con esso sono assolutamente incompatibili.

L’adesione ad un credo che non sancisce la parità tra uomo e la donna non giustifica i maltrattamenti in danno della propria compagna.

La condotta è punita con la reclusione da due a sei anni. Se dal fatto deriva una lesione personale grave si applica la reclusione da quattro a nove anni, se la lesione è gravissima, la reclusione da sette a quindici anni; se deriva la morte la reclusione da dodici a ventiquattro anni. Il reato è procedibile d’ufficio.

Art. 572 c.p.

(v. Cass. Pen., Sez. VI, Sent. n. 32824/2009)