La fonte anonima.

L’anonimo, al contrario dell’informatore, è un perfetto sconosciuto. La fonte è incerta e l’informazione può essere orale (telefonica), scritta o, in generale, documentale. L’art. 333 comma 3 c.p.p. sancisce l’inutilizzabilità delle denunce anonime, salvo il disposto dell’art. 240 c.p.p..

L’informazione anonima deve essere distinta, dal punto di vista sistematico, dal documento anonimo; la prima attiene all’origine del procedimento penale, la seconda al convincimento del giudice. Infatti, se da un lato l’art. 333 c.p.p. sancisce l’inutilizzabilità delle fonti anonime, dall’altro l’art. 240 c.p.p. dispone che i documenti che contengono dichiarazioni anonime non possono essere acquisiti né in alcun modo utilizzati, salvo che costituiscano reato o provengano comunque dall’imputato. Una lettera diffamatoria o minatoria, ad esempio, costituisce corpo del reato e il suo utilizzo quale mezzo di prova è insito nello stesso documento, pur essendo, al momento, sconosciuto il suo autore.

Le notizie anonime, come quelle confidenziali, possono essere utilizzate per avviare accertamenti sui fatti narrati, pur rimanendo inutilizzabili perché vincolate all’accertamento di una notizia criminis. Detto in altri termini, la fonte anonima non può essere elevata al rango di notizia di reato, pertanto, non si procede all’iscrizione nel registro di cui all’art. 335 c.p.p., quindi non confluisce nel fascicolo del pubblico ministero e la polizia giudiziaria non ha alcun obbligo derivante dall’art. 347 c.p.p.. E’ chiaro, però, che nulla vieta alla polizia giudiziaria, in particolare se la notizia è circostanziata, di effettuare indagini e/o trasmettere l’anonimo al pubblico ministero, che potrebbe autonomamente sollecitarne l’invio.  Non è legittimo, invece, porre in essere atti volti alla ricerca di fonti di prova sulla base di una notizia anonima o confidenziale. Sul punto, a dire il vero, rimane lo zoccolo duro rappresentato dall’applicazione dell’art. 41 del testo unico delle leggi di pubblica sicurezza (regio decreto n. 773 del 18 giugno 1931, meglio noto come T.U.L.P.S. – disposizione mantenuta in vigore dall’art. 225 delle norme di attuazione, di coordinamento e transitorie del nuovo codice di procedura penale) rispetto al quale la giurisprudenza è costante nel ritenere legittima la perquisizione anche sulla base di una notizia anonima o confidenziale (per approfondire). C’è da aggiungere che ogni altra attività che conduce ad accertare dei fatti, di cui l’anonimo rappresenta solo la genesi, è pienamente utilizzabile; immaginiamo dei riscontri, effettuati sulla base delle informazioni contenute nell’anonimo, attraverso i quali si identifica il responsabile di un delitto (es. l’anonimo indica il nome di alcune persone informate sui fatti che, sentite a sommarie informazioni testimoniali, confermano il fatto reato narrato dall’anonimo e danno corpo alla notizia di reato).

Su quanto precede si potrebbe obiettare, correttamente, che sulla base di una denuncia anonima non è possibile, come si è già evidenziato, procedere a perquisizioni, sequestri e intercettazioni telefoniche, trattandosi di atti che implicano e presuppongono l’esistenza di indizi di reità, ciò in virtù del disposto dall’art. 240 c.p.p. (cfr., Cass. Pen., Sez. IV, Sent. n. 30313/2005). Si già ribadito, tuttavia, che gli elementi contenuti nelle denunce anonime possono stimolare l’attività d’iniziativa del pubblico ministero e della polizia giudiziaria al fine di assumere dati conoscitivi, diretti a verificare se dall’anonimo possano ricavarsi estremi utili per l’individuazione di una notitia criminis. Non è quindi vietato alla polizia giudiziaria di assumere dati conoscitivi, anche attraverso la raccolta di sommarie informazioni (cfr., Cass. Pen., Sez. VI, Sent. n. 36003/2006 – Cass. Pen., Sez. III, Sent. n. 28909/2011).

Le notizie anonime vengono annotate, cosi come previsto dal combinato disposto degli artt. 108 disp. att. e coord. c.p.p. (d.lgs. 271/1989) e 5 reg. esec. c.p.p. (d.m. 30 settembre n. 334/1989), in un apposito registro, suddiviso per anni, dove viene indicata la data di ricezione dell’anonimo e il suo oggetto. Trascorsi 5 anni dalla ricezione vengono distrutti in osservanza ad apposito provvedimento del procuratore della Repubblica.