La fonte confidenziale.

Gli informatori sono soggetti che, volendo rimanere nell’anonimato per motivi di opportunità e/o sicurezza personale, forniscono alla polizia giudiziaria o al personale dei servizi segreti notizie d’interesse investigativo, che permettono, ad esempio, di dare l’avvio a un’indagine, di arrestare un evaso, di risolvere un caso giudiziario sul quale si segnava il passo. La Corte Costituzionale, nella vigenza del vecchio codice di procedura penale, ebbe a rilevare che la tutela del c.d. segreto di polizia trova il suo fondamento ultimo nell’interesse alla realizzazione della giustizia: vale a dire nella sua strumentalità rispetto ad un bene “anch’esso garantito, in via primaria, dalla Costituzione” (C.Cost. n. 114/1968; v. anche C.Cost. n. 175/1970).

Non si tratta di una figura particolarmente amata, tant’è che in gergo è detto spia, traditore, infame o gola profonda. Il confidente è disprezzato non solo dai criminali, ma anche nel contesto sociale; da ultimo, ad esempio, ricordo la recente polemica – faziosa – sollevata da alcuni mezzi di comunicazione di massa sul presunto affidamento ai vicini di casa, subito apostrofati spioni, del compito di segnalare le feste private vietate in periodo di pandemia. La questione è curiosa se si pensa che, al contrario di quello che sembra essere il sentire comune, il rispetto delle norme è, o dovrebbe essere, un dovere etico e morale. Quindi, chi segnala la violazione di una disposizione normativa, in particolare in materia penale, andrebbe premiato non additato come delatore. Anche i privati, ex art. 333 c.p.p., possono presentare una denuncia per i reati perseguibili d’ufficio. Certo, è una mera facoltà (salvo alcuni casi nei quali la denuncia è obbligatoria), ma è volta proprio a soddisfare l’interesse collettivo affinché non resti occulto o impunito un delitto.

L’identità degli informatori è protetta dall’art. 203 c.p.p., norma che impedisce al giudice (v. anche 362 c.p.p.) di obbligare gli ufficiali e gli agenti di polizia giudiziaria, nonché gli appartenenti ai servizi segreti, a rivelare i nomi dei loro confidenti. Le prove acquisite in violazione di tale divieto non sono utilizzabili e la loro inutilizzabilità è rilevabile, anche d’ufficio, in ogni stato e grado del procedimento. Per contro, per l’utilizzabilità delle informazioni rese dal confidente, è condizione necessaria l’esame del medesimo come testimone in virtù del principio del contraddittorio nella formazione della prova.

La Corte di cassazione ha affermato che gli informatori possono essere definiti come coloro che, normalmente dietro compenso di denaro o altro vantaggio, forniscono occasionalmente, ma con sistematicità e in virtù di un rapporto fiduciario, notizie riservate alla polizia giudiziaria e\o ai dipendenti dei servizi segreti. Non rientra in questa figura, e non può essere ad essa assimilata, la persona informata dei fatti che rifiuti di formalizzare le sue dichiarazioni e di sottoscrivere un verbale, alla quale, pertanto, non sono applicabili le disposizioni contenute nel citato art. 203 c.p.p. (Cass. Pen., Sez. VI, n. 36720/2001).

Ufficiali e gli agenti di polizia giudiziaria non possono essere confidenti di soggetti che rivestono il loro stesso status. Come dire, un ufficiale o agente di polizia giudiziaria non può essere il confidente di un altro ufficiale o agente di polizia giudiziaria, perché tutti hanno l’obbligo di comunicazione della notizia di reato. Posto che, se dovesse accadere, sarebbe comunque impossibile, considerato lo “ius tacendi” in parola, conoscere l’identità dell’informatore “qualificato”.

La testimonianza “de relato” è ammessa, ex art 195 c.p.p., relativamente a fatti dei quali il testimone ha avuto conoscenza da altre persone, quando l’esame di queste ultime risulti impossibile per morte, infermità o irreperibilità. La regola generale, al contrario, prevede – a pena di inutilizzabilità delle dichiarazioni – che il giudice quando il testimone si riferisce, per la conoscenza dei fatti, ad altre persone, queste, a richiesta di parte o d’ufficio, devono essere chiamate a deporre. Ciò premesso, la Corte di Cassazione a Sezioni Unite ha precisato che il divieto probatorio di acquisizione ex art. 203 c.p.p. si applica, non solo alla testimonianza indiretta della polizia giudiziaria (ad es. se l’informatore dovesse venire a mancare), ma anche alle prove documentali (v. art. 234 c.p.p. – registrazioni, video e foto ricevute in via confidenziale) che non possono essere acquisite né utilizzate (Cass. Penale, U, n. 36747/2003). Quindi, la conditio sine qua non dell’utilizzabilità delle informazioni derivanti da fonte confidenziale è la necessaria escussione come testimone del confidente. Se il confidente dovesse essere identificato nulla potrà impedire che venga sentito come testimone, con conseguente utilizzabilità ai fini della deliberazione delle dichiarazioni rese.