Evento lesivo e liquidazione del danno da colpa medica. Compensatio lucri cum damno.

La formula “compensatio lucri cum damno” è un istituto di matrice giurisprudenziale – che si applica ai risarcimenti di natura contrattuale (v. art. 1223 c.c.) ed extracontrattuale (v. art. 2053 c.c.) – che non trova riscontro in una specifica norma. La sua applicazione è stata fonte di opposti orientamenti giurisprudenziali che hanno richiesto l’intervento della Corte di Cassazione a Sezioni Unite.

La compensatio è volta ad evitare che il danneggiato, in seguito ad un evento lesivo, possa avere un vantaggio economico che va oltre il danno subito, ciò in virtù del principio generale in tema di responsabilità civile che, in materia risarcitoria, richiede che colui che ha subito un danno debba essere risarcito finché non viene a trovarsi nella situazione economica antecedente al danno.

Il motivo del contrasto interpretativo giurisprudenziale al quale si è fatto cenno riguarda l’applicabilità dell’istituto in esame quando il danneggiato consegue, oltre al risarcimento del danno, anche un’indennità o, in generale, un beneficio collaterale.

Un primo orientamento sostiene che “la compensatio è operante solo quando il pregiudizio e l’incremento discendano entrambi, con rapporto immediato e diretto, dallo stesso fatto, sicché se ad alleviare le conseguenze dannose subentra un beneficio che trae origine da un titolo diverso ed indipendente dal fatto illecito generatore del danno, di tale beneficio non può tenersi conto nella liquidazione del danno, profilandosi in tale caso un rapporto di mera occasionalità che non può giustificare alcun diffalco (cfr. ex multis, Cass. Civ. Sez. III, sent. n. 21897/2009). E’ ammesso, in sostanza, il cumulo tra il risarcimento e il beneficio collaterale, perché quest’ultimo si fonda su un titolo diverso dall’atto illecito e non ha finalità risarcitorie.

Un secondo e contrapposto orientamento afferma che “ai fini dell’operatività della compensatio, lucro e danno non vanno concepiti come un credito ed un debito autonomi per genesi e contenuto[…]”, ma occorre accertare se il vantaggio ottenuto “sia conseguenza immediata e diretta del fatto illecito ai sensi dell’art. 1223 c.c.” (cfr. ex multis, Cass. Civ., Sez. III, n. 13233/2014). Al contrario della precedente pronuncia la Corte ritiene che non è possibile far derivare solo il danno dall’illecito e non anche l’incremento patrimoniale dovuto al c.d. vantaggio collaterale, stante il fatto che entrambi hanno la medesima origine. Stando così le cose si verificherebbe un arricchimento ingiustificato del danneggiato con conseguente incompatibilità con la natura reintegratoria della responsabilità civile.

La questione è stata posta all’attenzione delle Sezioni Unite con il seguente quesito:”(…) se dall’ammontare del danno subito da un neonato in fattispecie di colpa medica, e consistente nelle spese da sostenere vita natural durante per l’assistenza personale, debba sottrarsi il valore capitalizzato della indennità di accompagnamento erogata al minore dall’Inps” (v. Cass. Civ. Sez. U, sent. n. 12567/2018).

La Corte premette che l’indennità di accompagnamento ha una finalità solidaristica e assistenziale attraverso la quale lo Stato, nell’interesse dell’intera collettività, pone le condizioni necessarie per l’effettivo godimento dei diritti fondamentali a tutela della persona umana in situazione di difficoltà. Questa finalità solidaristica, prosegue, non esclude che il beneficio – previsto dalla legge n. 18 del 1980 – possa essere scomputato ai fini della corretta stima del danno, purché, avverte, ricorra una duplice condizione.

La prima condizione è che il vantaggio abbia la funzione di rimuovere le conseguenze prodottesi nel patrimonio del danneggiato per effetto dell’illecito. La seconda condizione è che sia legislativamente previsto un meccanismo di riequilibrio idoneo ad assicurare che il responsabile dell’evento dannoso, destinatario della richiesta risarcitoria avanzata dalla vittima, sia collateralmente obbligato a restituire all’amministrazione pubblica l’importo corrispondente al beneficio da questa erogato all’assistito. Solo all’esito di queste verifiche sarà possibile stabilire se è applicabile lo scomputo da compensatio, con la conseguente sottrazione, dall’ammontare del risarcimento del danno, del valore capitalizzato dell’indennità di accompagnamento.

Quindi, ad esempio, ponendo quale effetto collaterale dell’evento lesivo l’attribuzione dell’indennità di accompagnamento erogata ad un minore tetraplegico in conseguenza dell’errata esecuzione di un parto cesareo in ambito ospedaliero, va da se che questa concorre direttamente nella rimozione dello stesso pregiudizio patrimoniale causato dall’illecito, cioè dover retribuire un “accompagnatore” per le necessità della vita quotidiana del disabile. La seconda condizione nasce dalla disposizione dell’art. 41 della legge n. 183/210, norma che autorizza il recupero nei riguardi del responsabile civile, eventualmente in solido con l’assicurazione, dell’intero importo dell’indennità di accompagnamento, quando è corrisposta in conseguenza di un fatto illecito di terzi.

In carenza di compensatio l’autore della condotta colposa sarebbe tenuto a rispondere due volte per lo stesso fatto, sia verso il danneggiato per l’intero ammontare del danno risarcibile, sia verso l’amministrazione pubblica, per un importo corrispondente al valore totale dell’indennità di accompagnamento erogata dall’Inps.