Social network, leoni, ingiurie e diffamazione. Sanzioni civili e penali.

Curiosando qua e la sui social network capita di soffermarsi sugli argomenti più disparati e di leggere qualcosa che attira la nostra attenzione. L’interesse può spingersi oltre la semplice lettura e far nascere quella voglia, spesso incontenibile, di esprimere un’opinione su uno o più argomenti. Fin qui nulla quaestio, se non fosse per il fatto che sulla nostra strada possiamo incappare nei cosiddetti keyboard warriors. Chi sono ? Sono quei soggetti beneducati che, comodamente seduti davanti al computer o nascosti dal monitor del cellulare, rispondono con parolacce e offese di ogni genere ai commenti altrui. Questi bidoni vuoti vomitano con facilità ogni tipo di insulto premendo le loro zampe sulla tastiera. Non sempre sono immediatamente identificabili perché utilizzano uno pseudonimo o un avatar, così si sentono al sicuro e hanno la convinzione di rimanere impuniti. Negli sproloqui non usano la punteggiatura, la sostituiscono con le bestemmie e ogni sorta di altre offese che possono riguardare sia il trascendente che l’immanente.

Immaginate di avere un account su Twitter, Facebook, Instagram o altri social e di dover tutelare il vostro onore a fronte di frasi ingiuriose o diffamatorie di un haters. Cosa bisogna fare ? Dipende, se parliamo di diffamazione o ingiuria. Nel primo caso è sufficiente recarsi in un qualsiasi ufficio della Polizia di Stato e sporgere querela, salvo poi costituirsi parte civile nel processo penale per chiedere il risarcimento dei danni, nel secondo caso è necessario rivolgersi ad un avvocato sin dal primo momento. 

Il denaro, in questo tragico mondo dell’apparire, è il punto dolente di ogni essere umano. Se Tizio viene condannato a sei mesi di reclusione perché vi ha diffamato dovrà, oltre a perdere tempo prezioso, affrontare le spese legali, quelle processuali e risarcirvi del danno che vi ha causato. Ciò che lo segnerà maggiormente non è la reclusione, difficilmente entrerà nelle patrie galere, ma l’aspetto economico. Quando si tocca il portafoglio tutti vengono a più miti consigli. Se poi Tizio non ha un reddito cospicuo (reddito max  € 11.493,82 annuo imponibile risultante dall’ultima dichiarazione) avrà diritto ad accedere al gratuito patrocinio; se non ha neanche alcun bene mobile, immobile o altri redditi, sarà assai problematico, anche in caso di condanna, ottenere il risarcimento dei danni. Anche quando si è diffamati e/o ingiuriati ci vuole fortuna, sarebbe meglio che a farlo sia un grasso signore col portafoglio pieno di grana. Da ciò deriva il mio consiglio spassionato, consultatevi preventivamente con un avvocato, il quale valuterà ogni aspetto della questione. Meglio spendere qualche soldo per un parere legale che imbarcarsi in cause civili o penali senza avere speranza di cavare un ragno da buco. Salvo che la vostra soddisfazione non sia quella di vedere Tizio condannato penalmente.

In cosa si distinguono l’ingiuria e la diffamazione ? Vediamolo in sintesi. L’ingiuria non è un reato, lo è la diffamazione. Quest’ultima si configura quando, comunicando con più persone (almeno due persone – qualunque sia il mezzo di comunicazione utilizzato), si offende l’altrui reputazione in assenza del soggetto offeso (Nell’ipotesi di diffamazione a mezzo di lettera indirizzata a più persone, concorre il reato di ingiuria qualora la missiva venga inviata anche alla parte offesa – Cass. Pen., Sez. V, n. 2002/1983). Quando la diffamazione avviene attraverso i mezzi di comunicazione di massa, l’elemento della comunicazione con più persone è “in re ipsa”; é evidente che in tal caso il mezzo utilizzato si rivolge a un pubblico potenzialmente indeterminato di persone. La condotta diffamatoria è punita con pena alternativa, o con la reclusione fino a un anno o con la multa fino a euro 1032. Se la diffamazione è aggravata, cioè se l’offesa consiste nell’attribuzione di un fatto determinato, la pena è della reclusione fino a due anni, ovvero della multa fino a euro 2.065.

L’ingiuria era un reato previsto dall’art. 594 del codice penale, è stato abrogato dall’art. 1, comma 1, lettera c) del d.lgs. n. 7 del 15 gennaio 2016. Lo stesso decreto prevede, all’art. 4, l’applicazione di una sanzione pecuniaria civile da 100,00 a 8000,00 euro nei confronti di chi offende l’onore o il decoro di una persona presente, ovvero mediante comunicazione telegrafica, telefonica o telematica, o con scritti o disegni, diretti alla persona offesa. Se le offese sono reciproche il giudice potrebbe non applicare la sanzione pecuniaria civile ad uno o a entrambi i soggetti coinvolti. Mentre, se si ingiuria qualcuno nello stato d’ira determinato da un fatto ingiusto altrui e subito dopo di esso, non si applica alcuna sanzione (v. art. 4 commi 2 e 3).

Problemi di non poco conto possono sorgere a livello probatorio, stante il fatto che nel processo penale – dove le prove sono raccolte d’ufficio – è possibile che il giudice pronunci una sentenza di condanna anche se, ad esempio, c’è la sola dichiarazione del querelante-denunciante e nessun altro testimone. Nel processo civile, invece, le cose sono più complesse e l’onere della prova vuole che i fatti debbano essere provati da chi vuol far valere il diritto. E’ vero che tale difficoltà potrebbe essere attenuata quando le ingiurie sono riportate nero su bianco sui social network, ma anche questo potrebbe non essere sufficiente.

Anche se l’ingiuria non è più un reato, per la valutazione dalla sussistenza dell’illecito civile si può e si deve fare riferimento alla copiosa giurisprudenza penale.

Cosa vuol dire offendere l’onore o il decoro di una persona presente ? La nozione di onore è relativa alle qualità che concorrono a determinare il valore di quell’individuo, mentre il decoro è riferito al rispetto o al riguardo di cui ciascuno, in quanto essere umano, è comunque degno. La Corte di Cassazione (Sez. Pen. V, 34599/2008) ha precisato che, in tema di tutela dell’onore, ancorché in generale, al fine di accertare se sia stato leso il bene protetto dall’art. 594 c.p., sia necessario fare riferimento ad un criterio di media convenzionale in rapporto alla personalità dell’offeso e dell’offensore ed al contesto nel quale la frase ingiuriosa sia stata pronunciata, esistono, tuttavia, i limiti invalicabili posti dall’art. 2 della Costituzione a tutela della dignità umana. Di guisa che, alcune modalità espressive, sono oggettivamente (e dunque per l’intrinseca carica di disprezzo e dileggio che esse manifestano e/o per la riconoscibile volontà di umiliare il destinatario) da considerarsi offensive e, quindi, inaccettabili in qualsiasi contesto pronunciate, tranne che siano riconoscibilmente utilizzate ioci causa (Cass. Pen., Sez. V, n. 11632/2008). In applicazione di tale principio ha ritenuto immune da censure la decisione con cui il giudice di appello ha ritenuto integrato il delitto di cui all’art 594 c.p. nelle espressioni usate da un avvocato nei confronti di un collega, al quale si era rivolto dicendogli “ma va a cagare” (Cass. Pen., Sez. V, n. 19070/2015).