Confessione: tra sacro e profano.

Provo a unire sacro e profano. Sarò breve.

Sulla confessione religiosa, cioè sul sacramento della confessione, ci sarebbe molto da dire, non che sugli artt. 2730 e ss. c.c. siano sufficienti poche parole. Vediamo se hanno qualcosa in comune.

Iniziamo dal peccato. Perché, cosa c’entra ? Beh, tutto ha origine dal peccato, sul quale, quindi, non posso omettere di dire qualcosa, perché senza il peccato originale sarebbe stato impossibile costruire l’intera impalcatura di quasi tutte le confessioni legate a Cristo. I peccati, cosi come i reati, sono suddivisi in base alla loro gravità, i primi in mortali e veniali, i secondi in delitti e contravvenzioni. Dal peccato ci si può redimere attraverso il sacramento della Penitenza, ma il sacramento è chiamato anche della Conversione, della Riconciliazione, del Perdono o della Confessione (CCC 1422-1484). Al contrario di chi viola una norma penale, il quale potrebbe finire nelle patrie galere, chi commette un peccato se la cava a buon mercato, con due preghiere e la promessa di non ricadere nell’errore. Rimane salvo il futuro e ulteriore castigo nel purgatorio, dove, cosi dicono, si sconta una sorta di punizione complessiva cumulativa (chissà, magari, parafrasando l’art. 74 del codice penale, è una specie di concorso di peccati che comportano pene di diversa specie).

Senza il peccato non sarebbe necessario confessarsi per ricevere il perdono e la pace. A tal fine è indispensabile l’assoluzione sacramentale del sacerdote; ebbene si, attraverso il sacerdote “Dio accorda al penitente il «perdono e la pace»”. Ecco il perché di quell’estremo imbarazzo nel sedersi davanti ad un uomo in carne e ossa a raccontare le proprie cose, anche quelle più intime e personali. Ergo, confessarsi vuol dire raccontare le proprie marachelle ad un sacerdote, il quale con la sola imposizione delle sue mani e grazie al mandato ricevuto dalla Chiesa Cattolica, sbianca l’anima del peccatore. Ricordiamo che:”La confessione individuale e completa dei peccati gravi seguita dall’assoluzione rimane l’unico mezzo ordinario per la riconciliazione con Dio e con la Chiesa.” (CCC 1497); (non voglio essere prolisso, quindi mi riservo di commentare in futuro).

C’è un però ! Si chiama indulgenza (CCC 1498) e garantisce, così come l’amnistia per il reato, la totale o parziale remissione dei peccati. Indulgenza ? Mi viene in mente che nel 1517 papa Leone X decise di ricostruire la basilica di San Pietro a Roma. Potete immaginare quanto denaro fosse necessario. Sembra che il ducato papale scarseggiasse, ecco perché il Santo Padre concesse una speciale indulgenza, previa offerta in denaro, ai penitenti. In sostanza, i ricchi erano salvi, i poveri si avviavano all’inferno e la salvezza dell’anima divenne merce di scambio. Lutero non rimase contento della scelta papale (l’ho già detto, non posso dilungarmi, anche questa storia la vedrò un altro giorno).

Passiamo ad altro. La confessione “civile” è, di regola, una prova legale. Detto in altri termini, si può affermare che il giudice deve tener conto delle dichiarazioni di chi ammette il fatto, ciò in ossequio alla regola d’esperienza secondo la quale se si affermano fatti a sé sfavorevoli, e favorevoli alla controparte, molto probabilmente si dice il vero. E’ indispensabile che si possa disporre del diritto al quale i fatti confessati si riferiscono (art. 2731 c.c.). L’art. 2730 c.c. recita:”La confessione è la dichiarazione che una parte fa della verità dei fatti ad essa sfavorevoli e favorevoli all’altra parte. La confessione è giudiziale o stragiudiziale.”. Dal punto di vista dell’elemento soggettivo si configura come la mera volontà e consapevolezza di riconoscere la verità del fatto dichiarato nei termini suddetti. Non è necessario, invece, che il dichiarante sia consapevole che le dichiarazioni rese sono ad esso sfavorevoli e a vantaggio dell’altra parte, così come non è necessario che sia consapevole delle conseguenze giuridiche che derivano o possono derivare dalle proprie dichiarazioni. L’elemento oggettivo si configura nel caso in cui da quel fatto che forma oggetto della confessione, che esclude qualsiasi contestazione sul punto, deriva un concreto pregiudizio dell’interesse della parte dichiarante e, al contempo, un concreto vantaggio nei confronti del destinatario della dichiarazione.

C’è un punto in comune col Sacramento della confessione ? Ammesso che si possa fare una comparazione direi che sono entrambi “confessioni”, ma nell’immediato è più deleteria la confessione “civile”, anche se facendo riferimento “ai secoli dei secoli” e a ciò che sarà, non posso affermarlo con sicurezza. Entrambe sono spontanee, ma quella civile può essere provocata attraverso l’interrogatorio formale. La confessione sacramentale, al contrario di quella civile, non può essere revocata provando che è stata determinata da errore di fatto o da violenza. E’ certo che appartengono a ordinamenti differenti, la prima, quella civile, a quello giuridico italiano, la seconda al diritto canonico (can. 965 e ss.).

La confessione “civile” che non avviene in giudizio è detta stragiudiziale, ha le stessa efficacia probatoria di quella giudiziale e non può provarsi per testimoni se verte su un oggetto per il quale la prova testimoniale non è ammessa dalla legge. Se è fatta a un terzo o se è contenuta in un testamento è liberamente apprezzata dal giudice. Se, ad esempio, rilasciate una quietanza ad un vostro amico, prima ancora che vi abbia consegnato il denaro (con gli amici questi errori si fanno), sappiate che ai sensi dell’art. 1199 c.c. costituisce una confessione stragiudiziale dell’avvenuto pagamento dell’obbligazione. Confessarsi fa bene all’anima, un pò meno al portafoglio. Uomo avvisato mezzo salvato.