Appunti – La prescrizione è una causa di estinzione del reato.

La ratio della norma è da rinvenire in un accorgimento formale, escogitato dal legislatore, per realizzare quella finalità di carattere sostanziale costituita dalla ragionevole durata del processo penale, principio di rango costituzionale sancito dal comma II dell’art. 111 della Carta costituzionale, nonché dell’art. 6 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo.

La prescrizione è una causa di estinzione del reato legata al decorso di un certo lasso di tempo indicato dall’art. 157 del codice penale. Detto in altri termini, a partire dal giorno della consumazione del reato, il trascorrere del tempo senza che sia intervenuta una sentenza irrevocabile di condanna (v. art. 648 c.p.p.), estingue il reato con obbligo per il giudice, in ogni stato e grado del processo, di dichiararlo d’ufficio con sentenza (v. artt. 129, 425 e 531 c.p.p.). E’ d’obbligo, a questo punto, chiedersi:”Che differenza c’è tra una sentenza che dichiara prescritto il reato e una che assolve l’imputato con una delle formule previste dall’art. 530 c.p.p. ?”. La risposta è tanto semplice quanto importante. Nel primo caso il giudice non entra nel merito della questione, rileva la prescrizione e lo dichiara d’ufficio con sentenza, ciò anche quando il proseguo del giudizio avrebbe potuto portare alla condanna dell’imputato per i reato ascrittogli. L’imputato, però, ha il diritto – in seguito alla dichiarazione di incostituzionalità dell’art. 157 c.p. nella parte in cui non prevedeva il diritto di rinunciare alla prescrizione (v. Corte Cost., 23 maggio 1990, n. 275) – di chiedere l’accertamento della verità dei fatti rinunciando alla prescrizione (v. art. 157 comma 7 c.p.), facendo così in modo che il giudizio segua il suo corso.

Si è fatto cenno, poco sopra, al giorno della consumazione del reato quale data di inizio della decorrenza della prescrizione. Sul punto bisogna fare alcune precisazioni. Per ciò che qui rileva, il reato può essere, consumato, tentato, permanente o continuato; l’art. 158 c.p. dispone che la prescrizione decorre, per il reato consumato dal giorno della consumazione, per il reato tentato dal giorno in cui è cessata l’attività del colpevole, per il reato permanente o continuato dal giorno in cui è cessata la permanenza o la continuazione.

Il lasso tempo necessario a prescrivere il reato è specificato dall’art. 157 c.p., ed è pari al massimo della pena edittale stabilita dalla legge, tempo comunque non inferiore a sei anni se si tratta di un delitto e a quattro anni per le contravvenzioni, ancorché puniti con la sola pena pecuniaria. Per il calcolo del tempo necessario a prescrivere si ha riguardo alla pena stabilita dalla legge per il reato consumato o tentato, senza tener conto delle circostanze aggravanti o attenuanti, salvo le prime, per le quali la legge stabilisce una pena di specie diversa da quella ordinaria (v., ad es., artt. 576, 577 c.p.) e quelle ad effetto speciale (v. art. 63, comma 3 c.p.), perché in tali casi si tiene conto dell’aumento massimo di pena previsto dall’aggravante. Quanto per il reato sono stabilite pene diverse da quella detentiva e da quella pecuniaria (n.b., relativamente alla competenza del Giudice di pace, i reati non si prescrivono in tre anni, ma secondo i termini ordinari, v. Corte cost., sent. 20 ottobre 2016, n. 226) la prescrizione si compie quando sono decorsi tre anni dal giorno della consumazione, per il reato tentato dal giorno in cui è cessata l’attività del colpevole, per il reato permanente o continuato dal giorno in cui è cessata la permanenza o la continuazione.

La prescrizione non estingue i reati per i quali la pena prevista è l’ergastolo, anche come effetto dell’applicazione di circostanze aggravanti, inoltre, i termini ordinari di prescrizione sono raddoppiati nei casi indicati dal comma 6 dell’art. 157 c.p.. Per i reati previsti dall’art. 392 comma 1 bis c.p.p., se commessi nei confronti di un minore, il termine di prescrizione decorre dal compimento del diciottesimo anno di età della persona offesa, salvo che l’azione penale sia stata esercitata precedentemente. In tal caso il termine di prescrizione decorre dall’acquisizione della notizia di reato.

Il tempo necessario a prescrivere può essere sospeso (v. art. 159 c.p.) o interrotto (v. art. 160 c.p.). Nel caso della sospensione il tempo riprende il suo corso dal giorno in cui ne è cessato il motivo, l’interruzione, invece, fa si che la prescrizione cominci nuovamente a decorrere dal giorno dell’interruzione. Quest’ultima disposizione è attenuata dall’art. 161 comma 2 c.p. nella parte in cui dispone che, salvo che si proceda per i reati di cui all’art. 51, commi 3 bis e 3 quater c.p.p., in nessun caso l’interruzione della prescrizione può comportare un aumento di più di un quarto del tempo necessario a prescrivere, della metà per i reati di cui agli articoli 318, 319, 319 ter, 319 quater, 320, 321, 322 bis, limitatamente ai delitti richiamati dal presente comma, e 640 bis, nonché nei casi di cui all’articolo 99, secondo comma, di due terzi nel caso di cui all’articolo 99, quarto comma, e del doppio nei casi di cui agli articoli 102, 103, 105. Relativamente alla sospensione, l’art. 160 comma 2 prevede che in nessun caso i termini previsti dall’art. 157 possono essere prolungati altre i termini di cui all’art. 161, secondo comma, fatta eccezione per i reati di cui all’art. 161 secondo comma, fatta eccezione per i reati di cui all’art. 51. commi 3 bis e 3 quater c.p.p..

Quindi, ad esempio, anche se si è in presenza di più atti interruttivi, perché possa ritenersi non verificata l’estinzione del reato è necessario, non solo che non sia superato il termine massimo previsto dal 3 comma dell’art. 160 c.p., ma anche che, tra un atto interruttivo e l’altro non si sia superato il termine ordinario previsto dall’art. 157 c.p..

Facciamo un esempio: Tizio è indagato per rapina, nel caso previsto dall’art. 628 comma 1 c.p., fatto accaduto il 1 gennaio 2020, la cui pena massima, prevista dal primo comma, è la reclusione fino a 10 anni, oltre la multa. L’art. 157 comma I c.p. dispone che il reato è prescritto decorso il tempo corrispondente al massimo della pena edittale stabilita dalla legge e, comunque, per un tempo non inferiore a sei anni per i delitti e quattro per le contravvenzioni. Il reato di rapina, quindi, si prescrive ordinariamente trascorsi 10 anni a partire dal 1 gennaio 2020, mentre, a mente del combinato disposto dagli artt. 160 ultimo comma e 161 II comma c.p., a prescindere dalle sospensioni e dalle interruzioni della prescrizione, il termine massimo oltre il quale il reato è comunque prescritto è di 12 anni e 6 mesi dalla medesima data. Nel caso in cui vi siano più atti interruttivi, se tra un atto e l’altro trascorre il tempo ordinario previsto dall’art. 157 c.p., nel caso in analisi 10 anni, il reato è prescritto, salvo non vi siano state sospensioni che, ad esempio, potrebbero aver posticipato la data della prescrizione di due, tre mesi o più (es. sospensione del procedimento per impedimento delle parti o dei difensori – 159 comma 1, n. 3 c.p.). Sia chiaro, però, che trascorso il termine massimo di cui sopra il reato è sempre prescritto, salvo rinuncia dell’imputato ex art. 157 comma 7.

Cosa accade, nell’esempio in parola, in caso di recidiva, abitualità e professionalità ? I termini prescrizionali sono destinati ad allungarsi, della metà nel caso di recidiva aggravata, per la quale tempo di prescrizione massima è pari a 15 anni, di 2\3 nel caso di recidiva reiterata, nel caso la prescrizione massima è di 16 anni e 8 mesi. Infine, la prescrizione massima sale a 20 anni nei casi previsti dagli artt. 102, 103 e 105 c.p..