Non tutti lo sono, non tutti ci sono !

Quando si parla di depressione sono molti quelli che storcono il naso. Ansia, depressione, attacchi di panico e fobie sono situazioni estremamente dolorose per chi le vive e incomprensibili per coloro che, almeno una volta nella vita, non le hanno sentite sulla propria pelle. Chi ha la sfortuna d’imbattersi in una o più di queste patologie deve affrontare un duplice problema, il primo riguarda la malattia in se, il secondo gli altri esseri umani.

Sia chiaro da subito che io non ho alcuna competenza medica, riporto nero su bianco esperienze altrui, sofferenze vissute e soluzioni che sono personalissime. Il malato, dico volutamente un’ovvietà, deve recarsi dal medico. Se poi queste poche righe faranno sentire qualcuno meno diverso dagli altri, rispetto a pensieri e sensazioni legate alla sua attuale esperienza di vita, allora avrò ottenuto un piccolo risultato.

E’ estremamente semplice raccontare a un amico, ma anche a uno sconosciuto in una qualsiasi sala d’aspetto, che ci siamo rotti il braccio in seguito a un incidente stradale, oppure che la nostra tiroide non va tanto bene o che il mal di testa ci accompagna spesso nell’arco della giornata. Il nostro interlocutore capirebbe subito di cosa parliamo e, probabilmente, ci racconterebbe che anche lui o qualcuno di sua conoscenza ha avuto o ha la nostra stessa patologia. Al contrario, quando si parla di malattie legate alla propria sfera psichica, le cose si complicano. Subentra la vergogna, la paura di parlare di se e di non essere compresi; anche chi c’è già passato, anche volendo, non può rivivere quelle sensazioni. Certo, le ricorda come estremamente sconvolgenti, ma solo la malattia può risvegliarle. Quello che intendo dire, però, è che il “non essere compreso” non riguarda il capire i sintomi della patologia, ma l’essere coscienti che il nostro interlocutore ci parla di una malattia, non di un capriccio, di un momento di scoraggiamento, di noia o di un modo per attirare l’attenzione altrui. Non è un pazzo ! Capire questo sarebbe un primo passo, molto importante.

Quando qualcuno ci dice di essere depresso il primo suggerimento è quello di consigliargli di “reagire”. Immaginate di dare lo stesso consiglio a colui al quale è stato diagnosticato un tumore o una grave patologia cardiaca. Chi si sognerebbe di dirgli semplicemente “devi reagire” ? Tutti gli ammalati devono “reagire”, nel senso che devono affrontare la malattia con coraggio e determinazione, coscienti che l’aspetto psichico gioca un ruolo rilevante. Ma prima ancora di “reagire” devono curarsi, esattamente come chi ha problemi d’ansia, depressione, fobie e via discorrendo. Ora, se è vero che gli italiani spendono 350 mln all’anno in ansiolitici, ma un numero veramente esiguo si rivolge al medico specialista o ad uno psicoterapeuta, vuol dire che ci si vergogna ad ammettere di essere depressi, ansiosi o ad avere necessità di aiuto a fronte di una qualsiasi problema mentale. Eppure, secondo l’Agenzia Italiana del Farmaco, nel nostro Paese, “in particolare per quanto riguarda gli antidepressivi, tra il 2015 e il 2017 i consumi si attestano su una media di 40 dosi giornaliere ogni mille abitanti (DDD/1000 abitanti die).” Questo vuol dire che ogni giorno 1000 abitanti consumano in media 40 dosi di antidepressivi. 

Giuseppe, mio intimo amico, ha avuto il suo primo attacco di panico all’età di 29 anni. Le sue parole, ogni qualvolta mi racconta quell’esperienza, sono sempre le stesse:”E’ stato devastante, non sapevo cosa mi stesse accadendo. Ero a casa con mio figlio, improvvisamente ho avuto fame d’aria e voglia di uscire all’aperto. Subito dopo ho iniziato ad avere paure inenarrabili, cose assurde mi balenavano nella mente. Pensieri non voluti, mai desiderati e pensati prima si rincorrevano creando tumulti nella mia anima. Pensavo di essere impazzito, di aver perso il lume della ragione. Eppure ero perfettamente lucido, cosciente che quei pensieri non mi appartenevano e mai mi sarebbero appartenuti. La paura delle paure, un cocktail micidiale di pensieri che si rincorrevano scappando uno dall’altro. L’ansia era fortissima, sembrava che il cuore volesse uscire dalla cassa toracica. Ho iniziato a piangere e ho continuato per non so quanto tempo. E’ andata avanti cosi, nella sofferenza estrema nascosta per vergogna, per sei lunghi mesi. Dopo sono crollato e ho deciso di farmi aiutare. Come ho fatto nasconderlo agli altri ? Non lo so, ma non lo rifarei, correrei subito dal medico. La mia rinascita è iniziata con la psicoterapia e, per un certo periodo, con l’aiuto dei farmaci.”

Anche Antonio, altro mio caro amico, quando parla di “pensieri inenarrabili” si riferisce alle paure, le più impensabili, quelle che mai avrebbe voluto avere:”Eppure erano li, presenti, tutti i giorni. Si davano il cambio come le sentinelle di guardia. A volte sparivano, poi  ritornavano sole o insieme ad altre a sconvolgermi la vita. La battaglia era giornaliera, a volte uguale e altre molto diversa, ma bisognava combattere ogni santo giorno, anche col dubbio che la paura non fosse tale. Un disastro, una babele chimica che mi costringeva, spingendomi verso la paura, ad evitare anche gli oggetti di uso più comune.” 

Potrei proseguire, parlare di Filippa, Pio, Maria, Costanzo, Salvatore, Giovanni e tanti altri che ho conosciuto e con i quali ho condiviso la mia esperienza. Ma non cambierebbe niente rispetto alla comunanza di ciò che loro hanno percepito, cioè, una realtà di disagio amplificata dall’atteggiamento dei familiari, degli amici e dei conoscenti rispetto alla malattia. Tutti loro, senza alcuna esclusione, hanno formulato la loro diagnosi, attribuendo quella patologia alle cause più improbabili. Pio, ad esempio, ricorda che una sera era al bar con alcuni conoscenti e uno di essi, un coglione matricolato, portò l’argomento sulle malattie mentali e ridacchiando continuamente affermo che, “nella nostra regione ci sono un sacco di matti”. Io ho conosciuto questa “volpe” durante una festa, organizzata da amici comuni, e vi assicuro che l’ignoranza può non avere limiti. Un miserabile ! Uno con i baffi che non capisce un tubo (Chi ha orecchie per intendere intenda !) Eppure Pio non è un pinco pallino qualsiasi, è un insegnante, un artista, uno che ha mille interessi e altrettanti amici, uno pieno di vita, colto, cortese e sempre disponibile ad aiutare il prossimo. In un’altra occasione non si sarebbe curato minimamente del “testicolo tubista con la matricola di mediocre stampata sulla fronte”, l’avrebbe semplicemente ignorato. Ma in quella situazione di particolare sensibilità dell’animo, rimase zitto, accuso il colpo e pensò veramente di essere impazzito e di aver imboccato una strada senza ritorno. 

Ho conosciuto Maria all’università durante le lezioni di storia di procedura penale. Intelligentissima, una di quelle menti superiori, perché anche nello studio, così come in tutte le altre cose della vita, c’è chi ha una marcia in più. Il giorno dell’esame era particolarmente agitata, cosa normalissima per qualsiasi studente. In attesa di essere chiamata a sostenere la prova si mise sulla sedia accanto alla mia, afferrò il mio avambraccio sx stringendolo talmente tanto da provocarmi un leggero dolore. Non dissi una parola, non ebbi il tempo; vidi una lacrima scendere dal suo volto, poi un fiume di lacrime e la richiesta di accompagnarla fuori dall’aula e stargli vicino. Ecco il suo primo attacco di panico. Il resto lo sapete, l’ho già scritto; le storie sono tutte molto simili, possono cambiare le paure, l’approccio con la patologia e il rapporto con la sofferenza. Ma il segreto è uno solo, farsi aiutare da uno specialista e non perdere la speranza. 

In fondo al tunnel c’è la luce. 

Ad Maiora