Il Concilio di Nicea

Se è vero il popolo di Dio “perisce per mancanza di conoscenza” (Osea – 4, 6-13), allora l’arma più potente in mano al credente (e non) è lo studio comparativo delle fonti, anche di quelle non allineate. A chi come me, nel rapporto con qualsiasi dogma, vive nel dubbio perenne sulla sua asserita veridicità, non rimane che la ricerca di spiegazioni che soddisfino la ragione. Oppure, detto in altri termini, desidero comprendere e andare al di la delle parole, spesso prive di contenuto nel ripetere presunte verità. L’utilizzo di fonti diverse, in particolare di quelle critiche nei confronti di quella ufficiale, è indispensabile per allargare i propri orizzonti conoscitivi e togliere “ad altri” il potere che deriva dalla conoscenza. Meglio, quindi, sentire più campane. Ricordate gli impedimenti dirimenti di Don Abbondio e il latinorum di Renzo Tramaglino ? Bene, la scena si ripete all’infinito ogni qualvolta le parole perdono di significato, rispetto a un dato argomento, per mancanza di specifica conoscenza e, quindi, della possibilità di confrontarsi da parte di una o più persone che ascoltano o intervengono nella discussione. E’ quello che accade, ad esempio, proprio rispetto a quella “mancanza di conoscenza” che alimenta l’incertezza, impedendo un legame stretto, direi “intimo”, con la Parola di Dio. Riguardo a questa e a tante altre questioni un sacerdote, durante la Confessione, mi invitò a coltivare il dubbio quale elemento indispensabile per la crescita spirituale. Proprio della Confessione, alla quale tutt’ora sono poco avvezzo, ho iniziato a studiare le origini e i riferimenti nelle Sacre scritture. Ma non è di questo che voglio parlare, bensì, in riferimento alla “professione di fede”, del Concilio di Nicea. In quella riunione, esseri umani in carne e ossa, fallibili e imperfetti, decisero il rapporto esistente tra Dio Padre e suo Figlio, avvalorando una tesi a discapito di un’altra. La questione era (ed è) di vitale importanza rispetto alla figura di Gesù e all’affermazione dell’uguaglianza o meno di sostanza del Figlio col Padre e alle serie conseguenze rispetto alla dottrina cristiana nel scegliere una o l’altra ipotesi.

Nel Concilio si scontrarono due posizioni, una sostenuta da Ario, l’altra da Atanasio. Il primo pensiero, molto semplice, non va alla disputa in se, ma il fatto che siano stati esseri umani a decidere sulla natura di Dio, in base a elucubrazioni che si conclusero con un dogma. Tutto appare, ad un primo sguardo, più basato su diatribe intorno alle parole che fondato sul sapere frutto dell’esperienza. La dottrina intorno alla natura di Dio è, infatti, di origine teologica, il cui punto di partenza dovrebbe essere la Sacra Scrittura quale fonte rivelatrice di Dio e dei suoi disegni. Ma i teologi, a dire del filosofo Claude Adrien Helvétius, “(…) hanno l’animo falso, e la ragione è che l’educazione li rende tali: è che sotto questo aspetto essi sono educati con più cura rispetto agli altri uomini; è che, abituati dalla giovinezza ad accontentarsi del gergo della scuola, a prendere le parole per cose, diventa loro impossibile distinguere la menzogna dalla verità e il sofisma dalla dimostrazione“. L’intera questione discussa nel Concilio di Nicea era riferita alla consustanzialità di Cristo al Padre; li si confrontarono diverse posizioni, ed è chiaro che se sulla questione si arrivò alla convocazione di un Concilio, la controversia era particolarmente accesa. Affermare la diversità del Padre dal Figlio, cioè negare l’identità della sostanza del Figlio e dello Spirito con quella del Padre, equivaleva a creare un Dio minore rispetto al Padre, una forma di idolatria inaccettabile. Per questo motivo la posizione di Ario, allievo di Luciano di Antiochia a sua volta discepolo del vescovo Paolo di Samosata, venne aspramente attaccata da Atanasio, il quale sosteneva, al contrario, che Dio si era incarnato nell’uomo in Gesù e che Padre e Figlio erano della stessa sostanza (homousios). La dottrina di Ario, invece, evidenziava la diversità del Figlio dal Padre, non negava la Trinità ma l’identità della sostanza del Figlio e dello Spirito con quella del Padre, solo e unico vero Dio, essere eterno ed illimitato che governa il mondo. Ario, in definitiva, negava la consustanzialità tra Padre, Figlio e Spirito, cioè la tesi che uscirà vittoriosa in seguito alla disputa in seno al Concilio di Nicea. E’ chiaro che se per Ario il Figlio è una creatura – la prima creatura – di Dio ma non ha la sua stessa natura, il Padre non si è incarnato nel Figlio (Cristo, il Verbo) e la resurrezione non è un evento divino. Per Ario Gesù era un uomo, una guida carismatica elevata al rango di Figlio di Dio, ma pur sempre un uomo. Svaniva così l’idea di Cristo Figlio di Dio, venuto al mondo per salvare dal peccato, per mezzo del suo sacrificio estremo in croce, chiunque crede in lui; un Dio che sacrifica se stesso, attraverso suo Figlio che è Dio – e con lui vive e regna nell’unità dello Spirito Santo – per togliere il peccato dal mondo. La formula di fede uscita dal Concilio permetteva invece, aggirando qualsiasi questione relativa al culto verso un Dio diverso da quello d’Israele, di pregare il Figlio che poi era anche il Padre, mantenendo così ben saldo il monoteismo (“Ascolta, Israele: il Signore è il nostro Dio, Il Signore è uno solo. Tu amerai il signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutte le forze.” Deut. 6:4 – “Poiché così dice il Signore….Io sono il Signore; non ce n’è altri.” Is. 45:18). Atanasio, quindi, rigettava qualsiasi tesi Subordinazionista e affermava la perfetta identità di sostanza esistente nella Trinità, tra Padre, Figlio e Spirito. 

Mi chiedo, a questo punto: “Cosa dicono le Sacre Scritture ?”. Vediamo, intanto, cosa diceva Voltaire ! Egli asseriva che “se contassimo tutti i crimini che il fanatismo ha commesso dai tempi delle diatribe di Atanasio e Ario fino ai nostri giorni, vedremmo che quelle diatribe hanno funzionato meglio delle battaglie per spopolare la terra (…)”, ed ancora, “l’unica arma che esiste contro questo mostro (ndr – il fanatismo) è la ragione“. Perché a raccontarlo così, in poche parole, il Concilio di Nicea sembra essere stato una riunione di condominio dove, dopo un’accesa e a volte noiosa discussione, ha prevalso la decisione della maggioranza dei presenti. In realtà la questione andava ben oltre la definizione del rapporto esistente tra Dio-Padre, Figlio e Spirito. Se l’imperatore Costantino in persona si interessò ai fatti della Chiesa, convocando e aprendo i lavori del Concilio, assente papa Silvestro, non fu per fede in Dio e accettazione del dogma della Trinità. Costantino aveva tutto l’interesse a far cessare le divisioni e i disordini creati dall’opposizione della dottrina di Ario a quella di Atanasio; all’impero serviva una Chiesa unita, che invece era attraversata da intrighi, abusi, calunnie, violenze e interessi vari che, ben lungi da essere legati a questioni di fede, erano volti alla ricerca e al consolidamento del potere del singolo. Ma queste sono cose di uomini, non di Dio ! Conosco l’uomo, essendo io stesso un essere umano, come tale capace di grandi gesti d’amore verso il prossimo così come di nefandezze inenarrabili. Ecco, spesso vengono attribuite a Dio questioni che attengono esclusivamente all’uomo.

Non è possibile, per l’uomo, comprendere la natura di Dio. Si possono cercare e trovare una o più spiegazioni, ma rimangono ipotesi, un barlume partorito da menti cintate dall’essere finite. Questo anche quando quella tesi sulla natura di Dio è volta ad avvalorare questa o quella religione come unica e vera strada da percorrere per la salvezza dell’anima. Nessuno conosce la natura di Dio se non Dio stesso, perché un essere finito come l’uomo può indagare ma non comprendere l’infinito.

Ritornando per un attimo alla Trinità, è chiaro che il mistero è quello di Dio uno e trino; questo è il dogma, tre Persone e un’unica realtà. La fede di tutti i cristiani si fonda sulla Trinità (v. Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 232). Ora mi pongo, rinunciando per incompetenza e decenza a qualsiasi analisi sulla Trinità per la quale rimando, ad esempio, al manuale “Dalla Trinità. L’avvento di Dio tra Storia e Profezia” di Piero Coda, alcune domande: 1) – Quando il Figlio si è incarnato, partendo dal presupposto che prima che il Figlio si incarnasse, Padre, Figlio e Spirito erano già realtà, cos’è accaduto alla Trinità ? E’ rimasta tale o c’è stata una “divisione” ? 2) – E se il Figlio si è fatto uomo ed è venuto sulla terra, dove si trovavano il Padre e lo Spirito ? 3) – Sulla croce è morto solo il Figlio o anche il Padre e lo Spirito ? A tal proposito, il mio caro amico Antonio, dopo una risatina provocatoria, avrebbe risolto la questione chiedendomi:”Prima di tutto dimmi perché la Bibbia è un libro sacro ? Chi l’ha deciso ?”. Ma questa è un’altra storia. Attendo risposte. 

Ho fatto cenno ai riferimenti biblici sulla Trinità, bene, penso che il modo migliore per rispondere sia la lettura del Catechismo della Chiesa Cattolica, cosa che invito a fare con molta attenzione.

Dimenticavo, vivo in un Paese democratico, dove ho sempre il diritto di esprimere la mia opinione, anche su questioni religiose. Bene, io dico no all’eurabia.