Legittima difesa

Il nostro ordinamento vieta di farsi giustizia da soli. Lo Stato, infatti, ha riservato a sé stesso il monopolio dell’uso della forza. Se così non fosse la società sarebbe un campo di battaglia dove, ogni giorno e per le motivazioni più disparate, ognuno si sentirebbe in dovere di reagire come meglio crede a qualsiasi lesione di un proprio diritto. Si pensi, solo per fare alcuni esempi delle migliaia possibili, al commerciante che si rifiuta di consegnare all’acquirente il bene che costui ha acquistato e regolarmente pagato, così come all’artigiano che non ha eseguito il lavoro a regola d’arte, al vicino di casa che compie atti d’emulazione e all’inadempimento nel contratto preliminare. In tali casi, fatto salvo il diritto degli interessati di comporre la lite bonariamente, il perdurare della controversia può essere risolto, da colui che si ritiene leso in uno o più diritti, rivolgendosi all’autorità giudiziaria. Il discorso non muta in caso di furto in abitazione, danneggiamento di un bene o a fronte di lesioni personali. Colui che, potendo rivolgersi all’autorità giudiziaria a tutela di un proprio diritto, esercita arbitrariamente le proprie ragioni risponde, appunto, del reato di ragion fattasi (v. artt. 392 e 393 c.p.).

In alcuni casi l’ordinamento permette, sussistendo determinati presupposti, che il titolare di un diritto leso possa agire in autotutela. L’esempio tipico in materia civile riguarda il c.d. “diritto di ritenzione” previsto dall’art. 2756 c.c. relativamente ai beni mobili.

In materia penale l’art. 52 c.p., titolato “difesa legittima”, dichiara non punibile chi ha commesso un fatto, per esservi stato costretto dalla necessità di difendere un diritto proprio o altrui contro il pericolo attuale di un’offesa ingiusta, sempre che la difesa sia proporzionata all’offesa.

La “difesa legittima” è una scriminante che rende lecito un fatto umano che normalmente costituirebbe reato. Se scomponiamo il reato secondo gli elementi che la sistematica quadripartita dispone in sequenza logica, allora diciamo il reato è un fatto umano, antigiuridico, colpevole e punibile. L’elemento dell’antigiuridicità è escluso quando nell’ordinamento esiste una norma, qualsiasi sia la sua ubicazione, che rende quel fatto lecito, cioè non sottoponibile al alcuna sanzione. Ecco che, se si cagiona la morte di un uomo per legittima difesa, manca l’elemento dell’antigiuridicità, perché l’art. 52 c.p. rende quel fatto legittimo, quindi, non assoggettabile a pena o a ogni altra conseguenza di legge (v. 2044 c.c.). Ed è irrilevante che quella determinata azione od omissione siano compiute nell’ignoranza di agire in presenza di una causa di giustificazione, perché secondo quanto dispone l’art. 59 comma 1 c.p., le circostanze che attenuano o escludono la pena, quindi anche la legittima difesa, sono valutate a favore del soggetto agente anche se da lui non conosciute o ritenute per errore inesistenti. E’ chiaro, allora, che se quel fatto non è antigiuridico non può essere mosso alcun rimprovero a chi, attraverso quella determinata condotta, l’ha posto in essere. Quindi, oltre a non poter essere applicata alcuna misura cautelare (v. 273 comma 2 c.p.p.), una volta provato che il fatto è stato commesso in presenza di una causa di giustificazione, quell’azione (o omissione) non costituisce reato e l’imputato deve essere assolto con tale specifica formula ex art. 530 comma 3 c.p.p..

Perché la difesa sia legittima devono sussistere determinati elementi, in carenza dei quali non è invocabile l’applicazione della scriminante. E’ necessario, perciò, che il pericolo sia attuale, l’offesa ingiusta e la condotta alla quale il soggetto agente sia stato costretto sia necessaria e caratterizzata dalla proporzionalità rispetto all’offesa ricevuta.

L’attualità del pericolo esclude ogni ipotesi di difesa preventiva o anticipata, al contrario, la difesa (legittima) richiede la necessità di una immediata reazione a fronte di un’offesa concreta e imminente. Anche in seguito alla modifica dell’art. 52 c.p. ad opera della legge n. 59 del 13 febbraio 2006, nulla è mutato rispetto all’attualità del pericolo, che rimane un elemento necessario per la configurabilità della scriminante; il secondo comma nell’art. 52 c.p. ha introdotto la presunzione della sussistenza del requisito della proporzione tra l’offesa e la difesa, quando è configurabile la violazione del domicilio altrui da parte dell’aggressore, ma non ha escluso l’elemento dell’attualità del pericolo (Cass. Pen., Sez. I, n. 50909 del 07.10.2014). Ecco che la legittima difesa non è configurabile contro l’aggressore che si sia dato alla fuga, perché, in tal caso, manca il presupposto dell’esimente costituito, appunto, dall’attualità del pericolo. E’ necessario, inoltre, che la situazione di pericolo non sia stata determinata volontariamente da colui che invoca la causa di giustificazione, come chi, ad esempio, accetta una sfida esponendosi ad un pericolo inevitabile per la propria incolumità, pericolo fronteggiabile solo con l’aggressione altrui (ex multis – Cass. Pen., sez. I, n. 22860 del 06/03/2018; Cass. Pen., sez. I, n. 56330 del 13/09/2017; Cass. Pen., sez. I, n. 18926 del 10/04/2013; Cass. Pen., sez. I, n. 4874 del 31/01/2013; Cass. Pen., sez. I, n. 12740 del 20/12/2011; Cass. Pen., sez. I, n. 2654 del 09/11/2011). Di diverso avviso la sentenza n. 9606 del 09/01/2004, nella quale la Corte di Cassazione afferma che la configurabilità dell’esimente in parola non è di per sé esclusa dalla volontaria accettazione di una situazione di pericolo. Ciò accade, secondo la Corte, quando ci si limita a esporsi a possibili, ma non assolutamente certe, iniziative aggressive altrui senza essere, a propria volta, animati da alcun intento aggressivo.

Accanto all’attualità del pericolo deve sussistere un’offesa ingiusta, volta a ledere o ad esporre al pericolo un diritto. L’esimente in parola non si applica alle “semplici situazioni di fatto dalle quali ogni cittadino può trarre o trae determinati vantaggi o utilità soggettive nell’estrinsecazione della sua attività economico sociale” (Cass. Pen., sez. II, n. 2692 del 03/03/2000): fattispecie nella quale la S.C. ha affermato che l’uso di un parcheggio in un’area di proprietà pubblica, derivante dall’occupazione del sito con la presenza di persona interessata, non assurge a diritto vero e proprio, neppure sotto il profilo dell’esistenza di una consuetudine normativa, sicché la privazione di quel vantaggio per effetto dell’altrui comportamento, di parcheggio di auto, non legittima alcuna reazione riconducibile all’esimente prevista dall’art. 52 c.p., a meno che il detto comportamento non fosse preordinato a ledere un vero e proprio diritto soggettivo della persona interessata all’occupazione.

L’altro elemento essenziale richiesto dalla norma de qua è la proporzionalità rispetto all’offesa ricevuta, proporzionalità che deve essere desunta dal confronto dei mezzi reattivi che l’offeso aveva a propria disposizione, con i mezzi adoperati; ad esempio, “in caso di aggressione con un bastone che metta in pericolo soltanto l’integrità personale non vi è proporzione tra offesa e difesa se l’aggredito, avendo a disposizione soltanto un’arma da fuoco, la utilizza pur essendo di maggiore prestanza fisica, esplodendo vari colpi e indirizzando volontariamente a zone vitali del corpo dell’aggressore, cagionandone la morte, perché in tal caso sarebbe stato sufficiente usare l’arma in termini di mera deterrenza o di semplice lesione dell’integrità fisica dell’aggressore” – Cass. Pen., sez I, n. 90215. Il requisito della proporzione viene meno anche nel caso di conflitto tra beni eterogenei, quando la consistenza dell’interesse leso (es, la vita o l’incolumità personale) sia enormemente più rilevante, sul piano della gerarchia dei valori costituzionali, di quello difeso (es. il patrimonio) ed il danno inflitto abbia un’intensità di gran lunga superiore a quella del danno minacciato (Cass. Pen., sez. I, n. 45407 del 10/11/2004).

Anche la legittima difesa putativa chiede la presenza degli stessi requisiti di quella reale. Si tratta, in tal caso, di una situazione di pericolo che nella realtà non esiste obiettivamente ma è supposta da colui che re-agisce sulla base di un errore scusabile nell’apprezzamento dei fatti. Tale errore deve essere determinato da una situazione obiettiva atta a far sorgere nel soggetto la convinzione di trovarsi in presenza del pericolo attuale di un’offesa ingiusta. In mancanza di dati di fatto concreti l’esimente putativa non può, infatti, ricondursi ad un criterio di carattere meramente soggettivo coincidente col timore o il solo stato d’animo dell’agente (Cass. Pen., sez. I, n. 3898 del 20/04/1997).