Il maestro

In quei giorni, nell’ultimo periodo dell’era Augustea, una tempesta di male parole si abbatté sulla donna. Sembrava di essere al mercato del Cairo. Iniziarono così i canti di esultanza e di lode, perché avevano rafforzato nel loro cuore l’inganno e il tradimento. Lasciati dovunque i segni di anni di gioia, perché nulla ormai era stato, spadroneggiarono senza alcun riguardo usando le loro lingue affilate per abbatterla. La pensavano così, ma si sbagliavano, la loro malizia li aveva accecati. Quando li assalì il terribile furore delle bestie non furono spaventati, non li guarì né un erba né un emolliente, continuarono a mordere come serpenti velenosi. Anche il frate, capo chino e atteggiamento dimesso, dispensava consigli e benedizioni, ma era a capo dei rivoltosi. Voleva abbattere Lei ! Si scambiavano ordine fra loro, come il variare delle note dell’arpa variano la specie del ritmo, sputando e mordendo, ordendo e calpestando. Attaccate i cavalli, montate, o cavalieri. Schieratevi con gli elmi, lucidate le lance, indossate le corazze ! (Ger. 46, 4).

Tu quoque, Brute, fili mi ?

Tutto passa, ad ogni alba segue il tramonto ed il nuovo sorgere del sole. 

C’era nella terra d’oriente un uomo che armeggiava con la sua lunga verghetta. Man mano andava avanti lavorando, man mano, con la mano su e giù nel mezzo. Il novello Rodrigo dei Verdi e Muti sonetti, arringando i Bravi disse: “Questo matrimonio non s’ha da fare, né domani, né mai”. Subito conteso da dolci e leggiadre pulzelle, andava gaio a dispensar sorrisi e affilar coltelli. Per onorare l’insigne caballero s’avanzarono il frate e le sue dame; non mancava il navigante, portatore di notizie, insegne e ciarpame. 

Cantate figli di Troia.     ….Do, re, mi, fa, sol, la, si……

Ecco, c’era una volta un coro, che adesso non c’è più.